Ho deciso di non lasciarmi inibire dalla consapevolezza della mia inadeguatezza, e se penso queste cose, queste cose voglio dirle. In questo momento, voglio dire queste cose. Dopo vorrò e saprò dirne di altre? Non lo so. Lo scoprirò insieme a voi."
Rita Bortone oggi mi ha consegnato via mail questi suoi pensieri. Che condivido con voi.
Subito dopo la tua relazione, ieri sera, avevo voglia di intervenire per dire due cose rapide.
La prima è questa: non mi piace l’idea di lavorare per la primavera del 2017, o per qualche primavera anticipata. Non mi piace pormi come obiettivo la buona riuscita di una campagna elettorale, in qualunque primavera essa si collochi. Mi piace l’idea di una sfida molto ardua, in realtà, e lunga nel tempo, ma che mi sembra l’unica per cui valga la pena di lavorare: quella di provare a costruire a Lecce un nuovo senso della politica e della cittadinanza. Mi pare che abbia espresso un pensiero analogo Ernesto Mola, quando diceva che bisogna pensare a tempi più lunghi del 2017, ed io mi sono sentita molto in sintonia. Penso che il buon esito di una battaglia elettorale, per la sinistra di Lecce e non solo di Lecce, debba necessariamente esser messo in relazione con questo obiettivo, che mi sembra il vero grande obiettivo, culturale, morale e politico, delle forze democratiche del Paese intero. Un esito elettorale positivo, ammesso che lo si possa mai conquistare con strategie o tattiche che peraltro non mi sembrano, al momento, nostro patrimonio, da solo comunque non mi darebbe gioia. Ci sono stati, in Italia e a Lecce, esiti elettorali positivi, per noi, che non hanno però sortito nessun effetto significativo in termini di rinnovamento culturale, etico, politico.
Per me, e credo per molti altri, il tuo grande merito è quello di averci fatto sperare che è possibile, se non vincere, credere in qualche cosa che possa esser considerato e chiamato politica senza doversene vergognare.
Dicevi ieri sera, e non solo tu, della pervasività, a Lecce, della politica “personale”. Dicevi – mi pare tu – che appare incredibile come una maggioranza che ha fatto così poco bene, possa poi essere così tanto premiata. A me non sembra affatto incredibile: prima di tutto quanti sono quelli che sono in condizione di valutare quello che ha fatto? E poi, cos’altro può fare, la gente, se non premiare chi qualcosa almeno gliela promette? In nome di che cosa dovrebbe votare altrove? In nome di un interesse concreto no. In nome di un ideale condiviso? Quale? In nome di una prospettiva di senso e di vita diversa? Quale? In nome di un bene comune? Che significa? Per quanti significa qualcosa? Dov’è? E perché? Chi, negli ultimi decenni, ha costruito tessuti di idee, testimoniato (con coerenza) valori e ideali, prospettato soluzioni di problemi veri? E comuni? Veri non solo nel senso di concreti, materiali, ma anche nel senso di problemi etici, morali, culturali? Allora meglio votare un disonesto o un inetto di cui è palese e nota la disonestà e l’inettitudine, piuttosto che votare un disonesto o un inetto che ha pure l’ipocrita arroganza di presentarsi come onesto e capace e che vuole dare lezione agli altri. Se non c’è contropartita di senso, meglio votare un potente che un nulla. Meglio non votare, se non c’è contropartita di senso. E quale prospettiva di senso ha costruito la sinistra, cosa si ha testimoniato, cosa ha costruito? Non quest’anno, dico, ma da quanti anni! Chi ha fatto, chi ha deciso, chi ha compiuto scelte, azioni, e quali scelte, e quali azioni? Dice Andrea che quelli come noi devono stare zitti, perché non hanno fatto mai niente neanche loro. Forse è vero. Questi siamo.
Mentre scrivo interrompo di tanto in tanto perché sento la replica delle “parole” di Fazio (che ieri sera mi sono perso). Penso che le trasmissioni di Fazio siano le più politiche, davvero politiche. Perché propongono parole non politiche, pensieri non politici, persone non politiche. Che però costruiscono pensiero e lo “collocano” politicamente. Ecco: credo che la politica sia lo spazio in cui “collocare” i propri pensieri, le proprie aspirazioni, la propria vita privata, esplicitandoli e costruendo modi d’essere e di pensare condivisi. Se facessimo noi , quelli che c’eravamo ieri sera, il gioco delle “parole” e dei “monologhi” di Fazio, cosa verrebbe fuori? Se a ognuno si chiedesse di raccontare una cosa che gli piace e che ritiene “costruttiva” di senso, una cosa in cui crede, una cosa che non sia l’analisi del voto, una cosa che appartiene alla sua vita, alla sua gerarchia di valori, di piaceri: cosa ne verrebbe fuori? Quali condivisioni, e quali divisioni?
La seconda cosa la sto già dicendo, in realtà, e poi non è nemmneno una seconda cosa, è sempre una, in sostanza: penso che per rompere la politica dei consensi personali occorrerebbe costruire un’alternativa che non è un modo diverso di raccogliere consensi e voti, ma è una politica che ha come obiettivo il senso e l’esercizio della cittadinanza, del bene comune e del pensiero condiviso. Pensiero sulle cose della vita, dico, non sulla politica di Perrone! L’idea di un bene comune è un obiettivo tutto da costruire, a Lecce, anche nella sinistra, perché non c’è, e neanche in Italia, ormai. C’è una paura comune, un disagio comune, una stanchezza comune, non una prospettiva comune. Chi ha governato, in Italia e a Lecce, ha lavorato bene per distruggerla, l’idea di un bene comune. E allora è tutto un si salvi chi può. Se c’è una prospettiva, di senso e di bene comune, io posso esser disposto a rinunciare al mio interesse personale. Ma se non c’è prospettiva, in nome di che cosa rinuncio al mio interesse, o al mio presunto interesse? Principi? Quali? Valori? Quali? Dove stanno i contesti di valore, i principi concretizzati? Chi ne è portatore? Fare l’eroe? A che serve, se non c’ è una causa per cui battersi? E la causa quale sarebbe, vincere le elezioni? Per poi cosa?
Allora io credo che la prospettiva da costruire, con parole e azioni e scelte congruenti, sia prima di tutto una comune prospettiva di senso, e dopo, solo dopo, una prospettiva elettorale. Come? Non so.
Io non so bene neanche perché ho scelto di venire all’incontro di ieri sera. E’ da molto tempo, te l’ho detto più volte, che i discorsi politici non mi “emozionano” più. L’adrenalina, a me, si è abbassata da tempo. Tante volte mi dico che è una questione d’età, e che l’età smorza tutte le passioni. Ma diciamo che il mondo esterno mi ha aiutato molto, a spegnerle. Io veramente non ho mai avuto passione politica come comunemente s’intende, non sono mai stata addentro alle cose e ho avuto quella sola, piccola, breve e deludente (per me e per gli altri) esperienza nel Consiglio comunale di tuo padre, ma ne sono uscita con le ossa rotte, con tanta consapevolezza di non essere capace, con tanta amarezza e disincanto, e con dentro una grande voglia di NON esserci: “scusate il disturbo…”. Quella maggioranza mi sconvolse, e scelsi di andarmene perché avvertivo il non senso del mio stare lì. Ma sempre ho dato un senso e un valore “politico” alle mie scelte professionali e anche private. Sempre ho pensato che la politica e la vita privata non sono cose dissimili, sono un tutt’uno. Da molto tempo provo questo astio profondo nei confronti di una cosa che chiamo impropriamente e superficialmente “la sinistra”. Un astio persino più profondo di quello che provo per gli altri. Provo astio e noia e voglia di chiudere la Tv appena vedo le facce, appena sento le voci, appena ascolto le parole. Della sinistra. Lontana e vicina. Litigo spesso con Pino per la mia visceralità, anche se poi concordiamo nella valutazione delle cose e delle persone. Ecco, la mia adrenalina (quella residua), si esaurisce nella visceralità e nell’astio, si esprime quando scrivo le mie cose professionali, anche lì con una consapevolezza crescente del non senso e della inutilità, anche lì ormai col solo obiettivo di conservare lucidità intellettuale, ma con la frustrazione crescente di una (da me così percepita) sostanziale autoreferenzialità.
Ieri sera ho avuto voglia di venire all’incontro. Non so bene perché. Non so, perché in fondo io non so fare molto, anzi so fare proprio poco, e continuo a non essere addentro, a non conoscere bene i problemi della città, a non conoscere bene nemmeno le persone, ad essere abbastanza estranea a tutto. Forse fanno bene, quelli che mi vogliono bene, a dirmi di tacere.
Eppure vorrei poter dare un contributo a quello che vivo ancora come un imperativo morale: contribuire a quella che io chiamo una ricostruzione di senso. Etico e politico.
Questa lettera la vivo così: me ne vergogno un poco, perché so che non corrisponde al lessico e alle logiche di chi è politico competente, e so che non corrisponde alle attese di “idee concrete da realizzare”. Ma ho deciso di non lasciarmi inibire dalla consapevolezza della mia inadeguatezza, e se penso queste cose, queste cose voglio dirle. In questo momento, voglio dire queste cose. Dopo vorrò e saprò dirne di altre? Non lo so. Lo scoprirò insieme a voi.
Male che vada, farò focacce per chi sa fare cose che mi piacciono, cose che servono, o sa dire parole che mi piacciono e che servono.